Ahimsa: la gentilezza che un'ernia mi ha insegnato
- Laura Malavolta
- 11 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 8 gen

un viaggio dal “fare” al sentire: come un’ernia mi ha insegnato il vero significato di Ahimsa e mi ha guidata verso una pratica più gentile, consapevole e rispettosa del mio corpo.
Siamo abituati a “fare". Fare bene. Fare tanto.
Spesso ci approcciamo al nostro tappetino con la stessa mentalità: una corsa verso la forma perfetta, l’equilibrio immobile, l’allineamento ideale.
Io ero così. Convinta che lo yoga fosse una questione di estetica, di linee pulite, di posizioni da conquistare.
Gli insegnanti che ho avuto ( e che ringrazio) lo ripetevano sempre, quasi come un mantra: “Ascolta il tuo corpo. Non forzare. Rispetta i tuoi limiti.”
Annuisci, pensi di aver capito… ma - anche se pensi di non farlo o di farlo sempre meno -dentro continui a spingere, ad aggiustarti, a voler fare “meglio”.
Perché la verità è questa: finché non lo sperimenti davvero su di te, non capisci cosa significhi ascoltare il corpo.
Quando il corpo ti costringe a fermarti
Poi il corpo mi ha fermata di colpo. Un' ernia cervicale.
Dolore. Immobilità. Paura.
E quella sensazione devastante di essere stata tradita da un corpo su cui avevo sempre contato. Mi sono ritrovata a letto, immobile, a fissare il soffitto, chiedendomi come fosse possibile che proprio io — fino a sette anni fa sempre con la valigia in mano per piacere e per lavoro — fossi finita lì.
Eppure, è stato proprio lì… negli inferi, come li chiamo io, che ho cominciato davvero a capire.
Ahimsa, nelle parole di Patañjali, è il primo dei Yama: la non-violenza, la scelta radicale di non ferire. Ma la violenza più invisibile è quella che rivolgiamo a noi stessi:
pretendere
forzare
confrontarsi
ignorare i segnali
soffocare il dolore perché “non ho tempo di fermarmi”
La mia ernia è stata una lezione brutale di Ahimsa. Mi ha costretta a rallentare, ad ascoltare, a mollare la presa sulla performance — non solo nello yoga, ma in ogni area della mia vita.
Mi ha insegnato che la non-violenza comincia da qui: dal modo in cui tratti il tuo corpo.
Dal “fare” al sentire
Durante il Teacher Training avevo intuito che lo yoga non è solo una questione di forme. Ma io ero ancora “di testa”: studiavo, capivo, imparavo… ma non sentivo.
L’ernia mi ha obbligata alla resa. Ed è in quella resa che ho scoperto un modo completamente diverso di praticare, grazie a stili di yoga che invitano al fluire, all’ascolto e all’esperienza interiore, dove la forma cede il passo alla qualità del sentire:
Yin Yoga - mi insegna a restare nello spazio del ‘meno’: quando rimango a lungo in una posizione semplice, sento che il corpo pian piano si ammorbidisce e, invece di reagire, imparo a fare spazio alle sensazioni con più pazienza e fiducia.
Yoga del Kashmir - mi invita a lasciare andare l’idea di forma perfetta: il corpo si fa più morbido, il respiro si fa ampio e il bisogno di ‘fare bene’ si trasforma in un ascolto più sottile di ciò che accade dentro.
Yoga Sciamanico - mi collega al lato più istintivo e intuitivo: attraverso il respiro, il movimento fluido e il contatto con gli elementi, sento il corpo più vivo e radicato, come se ogni gesto fosse un piccolo rito personale di ascolto e guarigione.
Non esiste lo yoga “giusto”: esiste la tua Ahimsa
La gentilezza non appartiene a un solo stile: Ahimsa può essere trovata nel Vinyasa, nel Power, nell’Ashtanga… ovunque tu scelga di praticare. Perché Ahimsa non è la forma. È il modo in cui abiti quella forma.
È l’atto più grande di gentilezza verso se stessi:permettersi di essere, senza forzare, senza spingere, senza pretendere.
Lo yoga allena il corpo. Ma soprattutto allena come lo abiti.
Lo dico spesso: lo yoga non è palestra. Sì, ti allena. Ti tonifica. Ti rende più forte.
Ma la differenza sta qui: allena il modo in cui ti relazioni al tuo corpo.
E quella relazione può essere violenta o gentile. Dipende da te.
Quando inizi a muoverti con ascolto, curiosità e presenza, il corpo risponde: si apre, si rilassa, guarisce.
Paradossalmente, sono grata agli inferi
Se non fosse stato per quell’ernia, probabilmente sarei ancora lì: a inseguire una forma, a misurarmi con ciò che “riesco” o “non riesco” a fare.
Il mio corpo, in modo drastico e un po’ crudele, mi ha portata esattamente dove dovevo andare. E mi ha insegnato che la gentilezza è una scelta: piccola, quotidiana, potentissima.
Ognuno deve trovare la propria Ahimsa
Non la mia. Non quella di un insegnante famoso. Non quella di un metodo.
La tua. Nel tuo corpo. Nella tua pratica. Nel tuo tempo.
Lo yoga non è diventare qualcos'altro. È smettere di farti violenza per tornare a casa.
E questo cammino comincia sempre allo stesso modo: con una piccola dose di gentilezza. Una sola. Ogni giorno.
VIDEO: PRATICA DI YIN YOGA "DAL FARE AL SENTIRE"
Scrivo sempre con il cuore quello che vivo sul tappetino e nella vita, e sapere che qualcuno legge, sente, resta… è un dono.
I traguardi, anche quelli silenziosi, vanno festeggiati. Il mio modo di dire grazie è questo: condividere una pratica.
Qui sotto trovi una pratica di Yin Yoga, lenta e gentile, un invito ad abitare il corpo con rispetto, ad ascoltare senza correggere, a restare senza forzare.
Le riprese non sono il massimo ma mi atrezzerò! Se ti va, iscriviti al mio canale YouTube ed al mio sito. Sarà bello rimanere in contatto e sapere che questo video e l’articolo ti hanno parlato.




Commenti